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Ebrei, passato-futuro: Il giardino dei Finzi-Contini

“Papà” domandò ancora Giannina “perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle nuove?” con questo interrogativo, rivolto da una bimba al padre durante la visita della necropoli etrusca di Cerveteri comincia questa storia bellissima, dolcemente e crudamente melanconica. La risposta vera arriva nelle battute finali della protagonista: altroché se contano i morti del passato, perché è quello che conta, molto più di qualsiasi futuro: “il caro, il dolce, il pio passato”.
I Finzi-Contini sono una ricca famiglia ebrea di Ferrara, e il racconto si sviluppa negli anni ’30, in particolare dal 1938, anno in cui il protagonista entra per la prima volta nel giardino dei Finzi-Contini, “a circa due mesi da quando erano state promulgate le leggi razziali”. Invitato a giocare a tennis dopo che, anch’egli ebreo, è costretto ad allontanarsi dal circolo sportivo ferrarese, inizia l’amicizia e la consuetudine con i vari membri della famiglia, in particolare l’attraente e effervescente Micòl, e vari amici, tra cui il giovane ingegnere Malnate, comunista convinto.
Si crea in questo meraviglioso e incantato parco, nell’accanimento del gioco del tennis, nelle dure quanto inutili discussioni, un micro cosmo lontano dagli eventi, pieno delle passioni giovanili, pervaso dalla bellezza dei luoghi, siano il grande parco, la biblioteca o il tavolo da pranzo della magna domus. Bassani annuncia fin dall’inizio la tragica fine dei Finzi-Contini, “deportati tutti in Germania nell’autunno del ‘43”, e per questo il lettore è accompagnato da un inevitabile senso di angoscia per quanto possa accadere nei capitoli successivi. Ma l’autore non si concede a nessuna descrizione tragica e la drammaticità della storia rimane sempre mirabilmente nel fondo, sottesa.
Sembra quasi che questa ricca borghesia ebrea abbia vissuto con snobismo e sufficienza l’arrivo delle leggi razziali: molte battute e ironia nei loro dialoghi, nessuna ribellione esplicita alla progressiva compressione dei loro diritti (dopo l’espulsione dal circolo del tennis, l’allontanamento dalla biblioteca comunale, la negazione della lode alla tesi di laurea, l’abbandono della convivialità dei loro amici non ebrei, … ) quasi che il giardino dei Finzi-Contini potesse creare un mondo parallelo e intatto. Fu davvero così il comportamento della borghesia ebrea italiana in quegli anni? Bassani mi sembra faccia una critica sottile ma abbastanza esplicita all’ebraismo: sia con il personaggio del comunista Malnate, l’unico in fondo che crede nel futuro “democratico e sociale” (Bassani è stato sicuramente un intellettuale di sinistra, curatore della Feltrinelli, ma non ho capito se abbia mai aderito al PCI), sia con la negazione del futuro da parte della protagonista Micòl, che “quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, … ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga ‘le vierge, le vivace e le bel aujour’hui’, e il passato, ancora di più,’il caro, il dolce, il pio passato’ ”.

Colpiscono infine molti altri elementi del romanzo: la classe straordinaria, l’educazione intima ed intensa di tutti i protagonisti, a cominciare dai più giovani, compresi i loro lati più torbidi, come la normale frequentazione del bordello; la descrizione del giardino e dei paesaggi, che sono protagonisti anch’essi della storia (Bassani è stato presidente di Italia Nostra); e infine il racconto vero e proprio di un amore mancato, che ripropone in toni discreti ma forti l’eterno conflitto tra passione e amicizia.

Chiudo ricordando il bellissimo colloquio padre-figlio, che arriva inaspettato verso la fine del romanzo, con una delle riflessioni che fa il padre: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare …Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo di ricominciare da zero, …”. Quanta poca voglia di morire anche un poco hanno i nostri ragazzi di oggi!

Devo questa lettura estiva al prof. Mario Morcellini, che intervenendo alla presentazione di una un magazine sul litorale laziale, ha ricordato questo romanzo che inizia, appunto, con una gita tra Santa Marinella e Cerveteri. Ho letto poi che Bassani ha scritto il romanzo soggiornando all’albergo Le Najadi di Santa Marinella.

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Mondadori 1976

Pubblicato il 23/8/2009 alle 22.33 nella rubrica Libri.

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