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appunti [ di Romolo Guasco ]
 




PRIMA PAGINA

Egli disse: “I re delle
nazioni le governano,
e coloro che hanno
il potere su di esse
si fanno
chiamare
benefattori.
Per voi però
non sia così;
ma chi è il più grande
tra voi diventi
come
il più piccolo e chi
governa come
colui che serve.”

Lc. 22, 25-26



 


IL BLOG
(esiste dal 17.01.2004)

Attratto dallo strumento,
voglio vedere se funziona, se
riesco a tenerlo aggionato,
se qualcuno legge
quello che scrivo.

Uno spazio di appunti:
riflessioni, ricordi,
un po' di cronaca, preghiere,
condivisione di idee,
documenti interessanti,
senza volere chissà cosa.
Anche per esercitare
il piacere di scrivere.

Qualcosa resti delle tante
che ogni giorno pensiamo.






28 maggio 2011


Acciaio

Acciaio è la storia di due adolescenti, cresciute tra le acciaierie di Piombino, alla fine degli anni ‘90. Seppure la storia ha qualche momento interessante non mi è piaciuto. Una scrittura povera, un ritmo televisivo, moltissimi luoghi comuni (in particolari sui ragazzi delle piccole città italiane) ripetuti in modo ostentato. L’acciaieria, che ti aspetteresti quale fulcro di una storia evocativa di immagini futuriste o marxiste, è solo la scena minima di questo racconto triste quanto banale. Non capisco come questo libro sia arrivato lo scorso anno nella finale dello Strega, secondo solo a quello di Pennacchi, che a paragone è un capolavoro immortale! Speriamo bene per lo Strega di quest’anno!!

Silvia Avallone, Acciaio,Rizzoli 2010


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28 maggio 2011


Chesil Beach

Si può amare senza fisicità? Il sublime perdersi di chi si ama si può privare della carnalità, soprattutto quando si è mariti e moglie? Questo è nel fondo il drammatico interrogativo di questo libro, sublimemente scritto. E’ il racconto di una prima notte di nozze, nello scenario suggestivamente descritto della costa di Chesil, all’inizio del ‘900. Le parole e i gesti dei due coniugi raccontano il loro essere più profondo. McEwan non delude!

Ian McEwan, Chesil Beach, Einaudi 2007




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17 aprile 2011


Nemesi di Philip Roth

Che angoscia questa nuova storia di Roth! Naturalmente scritta meravigliosamente: un'epidemia di poliomelite uccide i ragazzini di Newark nel 1944, in pieno conflitto mondiale. I ragazzi che si ammalano e muoino, i loro genitori, la vita del villaggio, il giovane insegnante di sport, raccontati da uno di loro. Il male per Roth, lo abbiamo visto anche negli altri suoi libri, è qualcosa di inevitabile e sotterraneo, che sorprende e si espande come una macchia d'olio viscido, senza alcuna spiegazione. Raccontato con fredda cronaca di fatti e sentimenti. Nessuna speranza è ammessa. Indimenticabili le pagine del funerale del primo ragazzino: gran voglia di buttare il libro dal finestrino del bus dove ero a leggerlo! Contento però di non averlo fatto e di esser arrivato alla fine.

Philip Roth, NEMESI, Einaudi 2011


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17 aprile 2011


Ebrei d'Amerca

Una bella coppia: belli loro, bei lavori, bel retroterra culturale ebraico, bella casa nuova...tutto sembra andar bene tra Daniel e Deena nella bella New York. Ma non basta per sfuggire la noia e il non detto. Una storia ben descritta di fatica quotidiana e riscoperta della verità su se stessi e sui rapporti di coppia. Con un aereo pronto a partire per Gerusalemme.

Pearl Abraham, Amerca Addio, Einaudi 2000 




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17 aprile 2011


Emmaus di Baricco

Si legge volentieri, appassiona e sorprende, ma lascia interedetti questo libro, l'ultimo, di Baricco. E' così l'educazione dei giovani cattolici? Una sorta di sovrastruttura pronta a cedere alla prima androgena e mistica donna? Il cattolicesimo di Baricco, che dimostra una buona conoscenza biblica e teologica, rimane confinato nel vortice del rapporto male e bene, divinità e maligno, quasi a farne un tutt'uno indistricabile. E' la storia dell'amicizia di oratorio di quattro ragazzi, massacrata dagli eventi che si vanno a cercare intorno a questa misteriosa e bellissima ragazza Andre, la negazione dei loro principi. L'incontro finale tra l'unico "sopravissuto" e la stessa Andre ci dà una minima speranza di salvezza!

Alessandro Baricco, EMMAUS, feltrinelli 2009




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14 marzo 2011


Volevo essere Moccia

Bisognerebbe avere il coraggio di comprare e leggere qualche romanzo pubblicato da editori meno noti! “Volevo essere Moccia” è un racconto attuale, divertente ed originale. Prosa veloce e qualche sorpresa. E’ la storia, ben ambientata a Roma, di Marilù e Roberto, che inizia con la loro gioventù isolata e sospesa: lei per colpa dell'eroina, lui per colpa dei videogiochi di ruolo, due droghe diverse ma entrambe con devastanti effetti psicologici. I ragazzi uniscono questi loro vuoti, si alleano per escludere i genitori (apprensivi ma inermi, incapaci di comunicare, nostalgicamente di sinistra: i veri sconfitti di questa storia) ma, dopo eventi sorprendenti, si ritrovano ormai adulti, finalmente in grado di capire sentimenti e profondità della vita. E intorno a loro ronza il terzo protagonista Luciano, scrittore in crisi, in cerca di storie, invidioso del successo di Moccia, che prova strumentalmente e maldestramente ad imitare. Mi sono divertito a leggere questo breve romanzo: va bene anche per adolescenti “strutturati”!

 

Alberto Bracci Testasecca, VOLEVO ESSERE MOCCIA, La lepre edizioni 2010




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10 settembre 2010


Qualche libro letto, rimasto sui tavoli

E’ un ragazzo di diciotto anni e vive nel New Jersey. Brillante a scuola, piace a qualche ragazza, e ha una madre “laica”, che sa amarlo rispettando la sua autonomia. Suo padre invece se n’è andato dopo la nascita, ed era mussulmano. Per questo il giovane frequenta l’imam della moschea locale, impara il Corano, osserva le regole della religione, crede nella sottomissione e nell’eternità. Per questo ritiene che i suoi compagni e la società in cui vive siano immersi nel materialismo e asserviti a sesso e denaro. Questo ragazzo buono e per bene, che può vivere accanto al nostro palazzo, può diventare un terrorista? Su questa trama si sviluppa il bel romanzo di John Updike, TERRORISTA (Guanda 2007), storia realistica e piena di tensione, dove le radici dei sentimenti umani, nonostante tutto, trovano ancora spazio per affermarsi.

E sempre negli USA si sviluppa il romanza giallo di Stephen L. Carter, Bianco americano (Mondadori, 2008): intrighi intorno ad una èlite nera di politici e accademici, dove solo il coraggio e la determinazione di una donna portano alla verità. Non amo molto i gialli in verità, e questo mi è sembrato anche troppo trascinato nel racconto. Così come, cambiando completamente contesto, è il libro del giovane danese Torben Guldberg, Tesi sull’esistenza dell’amore (Longanesi, 2008), che si dilunga attraverso gli ultimi cinque secoli a raccontare le storie raccolte da un immaginario saggio protagonista. Atmosfere, filosofie ma una sola storia bella: quella della ragazza e del giovane studioso/filosofo, che cerca di misurare la diffusione dell’amore con le regole della diffusione della luce. Mi sono divertito molto di più a leggere la favola, vagamente storica di Josè Saramago, Il Viaggio dell’elefante (Einaudi, 2009): il re del Portogallo regala un elefante all’arciduca di Vienna. E l’animale viene portato per mezza Europa con una carovana di scorte militari e viveri al seguito, tra lo stupore della gente, assieme al fedele e “sveglio” guardiano.

Infine una sorta di sagra familiare, piena di sentimenti estremi, nel libro di Abraham Yehoshua, Un divorzio tardivo (Einaudi, 1996). Il protagonista ritorna in Israele in età avanzata, per divorziare finalmente da sua moglie, che ha lasciato anni prima per rifarsi una vita in America. Il confronto con la stessa moglie (ricoverata in una casa psichiatrica), con i figli, con le loro nuore e con tanti luoghi e protagonisti (compreso il cane) sviluppa un racconto che ho trovato in fondo triste ma molto bello. Uno dei libri più faticosi di questo scrittore che amo molto, e anche per questo da leggere.




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25 agosto 2010


Canale Mussolini

Non si può che voler bene al romanzone di Pennacchi, vincitore del premio Strega, così come al suo autore. Si è letteralmente travolti da Pennacchi: dalla prosa incalzante e semplice, dai tanti personaggi e dalle loro storie sempre delicate e piene di vita, dalla crudezza della cronaca di quei duri tempi (raccontata senza nascondere numeri e date su fascismo e guerre) e infine dalle tante battute pronunciate dai protagonisti che ci regalano più che un sorriso. E’ la storia della famiglia Peruzzi, famiglia di mezzadri del ferrarese, cacciata e spogliata di tutto dai conti Zorzi Villa (che verranno maledetti in ogni occasione per tutta la storia: “maladéti i Zorzi Villa!”), e della loro storia nell’Agro Pontino, dove hanno ottenuto un podere dall’Opera Combattenti, che sta realizzando la grande bonifica, perché fedeli (anche troppo!) militanti fascisti. Un libro che aiuta a capire quei tempi al di là della retorica e della politica, con lo sguardo della vita quotidiana e delle sue ragioni: perché dietro alle storie di popoli e famiglie, di guerre sanguinose e di progressi, di amori e odi, c’è una quasi imperscrutabile e non giudicabile ragione personale. Ciascuno di noi, sembra voler dire Pennacchi, ha “le so’ razon”, ed è inutile far finta di ignorarle in nome di principi superiori più o meno morali. I Peruzzi erano socialisti (appresso alla divertente figura del poi gerarca Rossoni) perché volevano uscire dalla miseria, poi diventano fascisti per lo stesso motivo e ottengono le terre nell’Agro Pontino, e le difendono contro i “marocchin” locali di Cori e di Sezze (che a loro volta li chiamano “cispadan”), poi contro gli americani invasori (sia pure per poche ore: sembra che veramente pochi coloni e qualche tedesco bloccarono per un po’ gli angloamericani sbarcati ad Anzio, fino all’arrivo delle truppe tedesche che erano concentrate a Cassino). Insomma una visione realistica e de-ideologizzata della storia, sicuramente molto discutibile, ma alquanto efficace. Infine un libro che ci fa ripercorrere le vicende dello scorso secolo: noi e i nostri figli, generazioni di europei post-guerre, non dovremmo mai finire di sorprenderci per la nostra fortuna leggendo pagine come queste.

Avevo già letto Pennacchi (vedi la recensione “Schaw 150 Storie di fabbrica e dintorni”: http://appunti.ilcannocchiale.it/2006/08/27/ho_letto_durante_lestate.html) autore intervistato lo scorso anno anche dalla rivista Mare del Lazio, realizzata da Litorale spa. Ci aiuta molto a capire la nazione “veneto pontina”. E’ il secondo Strega vinto da una storia in parte ambientata in quei luoghi: l’altro è stato Vita della Mazzucco.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori 2010


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4 agosto 2010


LO SGUARDO DEL LEONE

Un bel romanzo, appassionato e drammatico, che si svolge in Etiopia, e racconta la fine dell'Imperatore Haile Selassie (che la tradizione etiope fa discendere dal re Salomone e dalla regina di Saba, come viene anche detto in 1 Re 10; 2 Cr 9), e la presa del potere da parte dei militari del Derg, e del loro leader Mengistu. Gli avvenimenti vengono raccontati con gli occhi e le vicende di una famiglia della borghesia etiope, composta da un affermato medico, dai suoi figli e da una moglie malata. Si accumulano tensioni e storie personali, tra speranze rivoluzionarie tradite, collaborazionismo, terribile repressioni e uccisioni di innocenti. Con qualche colpo di scena il lungo racconto coinvolge il lettore e non risparmia i particolari della tortura e dei cadaveri lasciati per la strada a mo’ di ammonizione: la loro raccolta, identificazione e consegna alle famiglie, fatta cercando di non farsi scoprire dai militari, diventa gesto non solo di pietà e civiltà, ma vera azione di opposizione al regime.
Abbiamo dimenticato queste tragedie della nostra epoca? Amnesty International ritiene che durante quel periodo (dal 1977 fino al 1991, che fu sopranominato il Terrore Rosso, e dove sovietici e cubani ebbero ruoli importanti) furono uccise dal regime mezzo milione di persone. Mengistu attualmente vive in Zimbabwe, sotto la protezione di Mugabe, ma è stato condannato a morte per genocidio nel 2008 dalla corte suprema dell’Etiopia. L’autrice, che ha studiato e vive a New York ed è al suo primo romanzo, è brava a provocare nel lettore indignazione per quanto è avvenuto e passione verso la fragile lotta dei popoli africani per la libertà e la democrazia.
Maaza Mengiste, LO SGUARDO DEL LEONE, Neri Pozza editore 2010




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23 agosto 2009


Ebrei, passato-futuro: Il giardino dei Finzi-Contini

“Papà” domandò ancora Giannina “perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle nuove?” con questo interrogativo, rivolto da una bimba al padre durante la visita della necropoli etrusca di Cerveteri comincia questa storia bellissima, dolcemente e crudamente melanconica. La risposta vera arriva nelle battute finali della protagonista: altroché se contano i morti del passato, perché è quello che conta, molto più di qualsiasi futuro: “il caro, il dolce, il pio passato”.
I Finzi-Contini sono una ricca famiglia ebrea di Ferrara, e il racconto si sviluppa negli anni ’30, in particolare dal 1938, anno in cui il protagonista entra per la prima volta nel giardino dei Finzi-Contini, “a circa due mesi da quando erano state promulgate le leggi razziali”. Invitato a giocare a tennis dopo che, anch’egli ebreo, è costretto ad allontanarsi dal circolo sportivo ferrarese, inizia l’amicizia e la consuetudine con i vari membri della famiglia, in particolare l’attraente e effervescente Micòl, e vari amici, tra cui il giovane ingegnere Malnate, comunista convinto.
Si crea in questo meraviglioso e incantato parco, nell’accanimento del gioco del tennis, nelle dure quanto inutili discussioni, un micro cosmo lontano dagli eventi, pieno delle passioni giovanili, pervaso dalla bellezza dei luoghi, siano il grande parco, la biblioteca o il tavolo da pranzo della magna domus. Bassani annuncia fin dall’inizio la tragica fine dei Finzi-Contini, “deportati tutti in Germania nell’autunno del ‘43”, e per questo il lettore è accompagnato da un inevitabile senso di angoscia per quanto possa accadere nei capitoli successivi. Ma l’autore non si concede a nessuna descrizione tragica e la drammaticità della storia rimane sempre mirabilmente nel fondo, sottesa.
Sembra quasi che questa ricca borghesia ebrea abbia vissuto con snobismo e sufficienza l’arrivo delle leggi razziali: molte battute e ironia nei loro dialoghi, nessuna ribellione esplicita alla progressiva compressione dei loro diritti (dopo l’espulsione dal circolo del tennis, l’allontanamento dalla biblioteca comunale, la negazione della lode alla tesi di laurea, l’abbandono della convivialità dei loro amici non ebrei, … ) quasi che il giardino dei Finzi-Contini potesse creare un mondo parallelo e intatto. Fu davvero così il comportamento della borghesia ebrea italiana in quegli anni? Bassani mi sembra faccia una critica sottile ma abbastanza esplicita all’ebraismo: sia con il personaggio del comunista Malnate, l’unico in fondo che crede nel futuro “democratico e sociale” (Bassani è stato sicuramente un intellettuale di sinistra, curatore della Feltrinelli, ma non ho capito se abbia mai aderito al PCI), sia con la negazione del futuro da parte della protagonista Micòl, che “quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, … ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga ‘le vierge, le vivace e le bel aujour’hui’, e il passato, ancora di più,’il caro, il dolce, il pio passato’ ”.

Colpiscono infine molti altri elementi del romanzo: la classe straordinaria, l’educazione intima ed intensa di tutti i protagonisti, a cominciare dai più giovani, compresi i loro lati più torbidi, come la normale frequentazione del bordello; la descrizione del giardino e dei paesaggi, che sono protagonisti anch’essi della storia (Bassani è stato presidente di Italia Nostra); e infine il racconto vero e proprio di un amore mancato, che ripropone in toni discreti ma forti l’eterno conflitto tra passione e amicizia.

Chiudo ricordando il bellissimo colloquio padre-figlio, che arriva inaspettato verso la fine del romanzo, con una delle riflessioni che fa il padre: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare …Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo di ricominciare da zero, …”. Quanta poca voglia di morire anche un poco hanno i nostri ragazzi di oggi!

Devo questa lettura estiva al prof. Mario Morcellini, che intervenendo alla presentazione di una un magazine sul litorale laziale, ha ricordato questo romanzo che inizia, appunto, con una gita tra Santa Marinella e Cerveteri. Ho letto poi che Bassani ha scritto il romanzo soggiornando all’albergo Le Najadi di Santa Marinella.

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Mondadori 1976




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23 agosto 2009


Letture estive

Uno scrittore irlandese, la storia di un analista finanziario in carriera e della moglie avvocato, tra New York (città invincibile) e Londra. Fatica del quotidiano, angoscia del terrorismo sottilmente giocata nel rapporto tra moglie e marito, voglia di intimità e desiderio di evasione, il gioco del cricket e l’amicizia per un improbabile organizzatore sportivo di Trinidad. Piacevole lettura, che pare sia stata amata dal presidente Obama.
Joseph O’Neill, La città invincibile, Rizzoli 2009

La vita di una famiglia è fatta di avvenimenti drammatici, ma è piena di tanta significativa quotidianità, ben descritta con fantastiche sfumature, da questa narratrice americana. La storia di una famiglia americana post seconda guerra mondiale, che si ritrova ad affrontare tutti i nuovi problemi di un tempo complicato: dalle vicende dell’adolescenza, alla solitudine delle persone,all’aborto, alla religione, al Vietnam… Romanzo dal bel ritmo.
Alice Mcdermott, Dopo tutto questo, Einaudi 2009

Si può uscire dalla criminalità, da un gruppo alleato di camorra e mafia? Si, se si trova coraggio, fede, una moglie straordinaria, e uno Stato giusto. Un romanzo che si basa sulla storia vera di un pentito, scritta dal suo avvocato. Molto umano, incalzante, sotteso a chiedere uno Stato che oltre a punire cerchi di capire, anche l’assassino peggiore. Da leggere!
Arturo Buongiovanni, Intendo rispondere, Donzelli 2008




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1 agosto 2009


Venuto al mondo

Un grande profondo amore tra due persone con storie e caratteri diversi: una quasi pariolina e un ragazzaccio ultras genovese. La voglia estrema di maternità e paternità , per rendere completo questo amore. La guerra e la sua violenza più estrema su Sarajevo e sulle sue donne. Un ragazzo figlio del nostro tempo. Sono questi gli elementi principali della storia bella, drammatica e con i suoi colpi di scena che racconta la Mazzantini. Mi è piaciuta e mi ha coinvolto profondamente. La scrittura è particolare e veloce, e nonostante qualche eccesso (paragoni descrittivi, simbolismi e tratti psicologici), che testimonia la grande creatività dell'autrice, lo si legge velocemente.
La storia di Gemma e Sergio e del giovane Pietro è descritta a tempi sfalsati con grande efficacia narrativa. Mazzantini affronta, pur nella prevalenza del racconto, i temi delicati della procreazione assistita e del concepimento frutto di violenza. Non crea eroi, ma personaggi di grande carnalità , sofferenti ma ricchi di amore e in grado di affrontare la morte e il dolore. Il giovane è una grande speranza che riesce a superare la violenza e la guerra, in quanto profondamente amato anche dal padre più estraneo... Non dimenticheremo il "bambino blu", ucciso dal cecchino nell'assedio di Sarajevo. Alla fine un libro di speranza e di fede nella vita.

Margaret Mazzantini, Venuto al mondo, Mondadori 2008




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7 giugno 2009


Lettera a Berlino

L'ho letto a Berlino, merita pur nella sua semplicità. McEwan è un grande narratore. Una storia intrigante, di una grande passione, in mezzo alle rovine Berlinesi della seconda guerra mondiale. La storia di Leonard, militare inglese, che lavora per un progetto dell'intelligence americana,  per spiare i Russi. Si innamora perdutamente di una berlinese, lui che non era mai stato con una donna. Ma l'ex marito di lei rompe l'incatesimo, i due sono costretti a difendersi e gli eventi precipitano.
 
Ian McEwan, Lettera a Berlino, Einaudi 1990




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7 giugno 2009


Giochi sacri

Per chi ama intrigate storie poliziesche pieni di personaggi è un ottimo libro. Meno per me, anche se alla fine ne ho letto una gran parte (a salti!). Belle le atmosfere indiane e la descrizione del boss camorrista locale, con le sue angoscie. Un India ben descritta.

Vikram Chandra, Giochi sacri, Mondadori 2007 




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7 marzo 2009


Il pane di ieri

Ho avuto il piacere di incontrare un paio di volte Enzo Bianchi, di ascoltarlo, di leggere i suoi scritti biblici. E’ un uomo di grande fascino, umano e religioso. Questo non è però un libro religioso, ma una raccolta di racconti di vita personale, soprattutto dei tempi della sua infanzia, scritto con parole semplici. Si parla innanzi tutto di terra e di vita contadina, semplice e povera nei borghi e nelle cascine; di vite, vino, orto, cibi e loro preparazione, con forti simbologie: “Nulla induce alla riflessione come l’accudire ad un ragù.” Si parla del tempo, quello meteorologico, che condiziona sempre la vita contadina (meraviglioso il suo ricordo del parroco che scaccia il temporale), ma anche quello della vita personale, con la riflessione sulla vecchiaia: “a vivere la vecchiaia si impara, così come si impara a camminare”. Non c’è esaltazione di quel passato, che è giudicato anzi duro per le condizioni della vita contadina. Ma si sottolineano, si ripercorrono storie che testimoniano valori semplici ed essenziali. Bianchi ci vuole dire: la vita di oggi ha una ricchezza, una complessità e una sicurezza imparagonabile rispetto al passato. Stiamo meglio, ma lo staremmo ancora di più se nella nostra vita, facendo spazio e silenzio, sapessimo ritrovare alcuni antichi fili dell’esistenza: la fede semplice, il rapporto con la terra e il cibo, la veglia con gli amici, il senso vero del tempo, delle feste, …
E per questo il libro è una forte testimonianza cristiana: una religione poco gridata e molto vissuta, che ci spiazza per la mancanza di intellettualismi e di crociate, e ci riporta alla essenzialità e quotidianità che Gesù chiede a tutti noi.

Enzo Bianchi, IL PANE DI IERI, Einaudi 2008




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2 febbraio 2009


"a un cerbiatto somiglia il mio amore"

Un libro drammatico e avvincente, scritto con grande maestria, in cui si susseguono racconti teatrali (della guerra e della vita) e momenti di estrema lentezza  con attenzione ai particolari, siano essi cose, situazioni o caratteri dei personaggi. Un libro da leggere per condividere le angosce di una madre e di un popolo, certamente per emozionarsi: quello che ci aspettiamo da un bel romanzo!
E’ innanzi tutto la storia dell’inquietudine, del presentimento funesto di una madre, il cui figlio è nell’esercito impegnato in una incursione in territorio palestinese. Per fuggire alla notizia della morte del figlio che sente in arrivo (... al suono del campanello e alla comparsa dei tre uomini in divisa…che cambiano la vita…) scappa dalla sua casa e inizia un cammino nella bella terra di Israele, coinvolgendo il suo vero grande amore (ma non dico di più, per non rovinarvi il racconto).
La psicologia e il carattere dei diversi personaggi sono rappresentati con maestria di altri tempi, con grande profondità. C’è il coraggio e la passione della protagonista, la sua infinita capacità di amore verso i suoi uomini; il coraggio degli uomini immersi nella guerra, che ne condiziona le vite; la spensierata determinazione dei giovani; la sensualità della vita, nei rapporti con gli amanti, con la natura, con i figli; l’angoscia permanente di un popolo in guerra.
Due scene da ricordare: il rapporto tra lei e il suo autista - taxista arabo, nella prima parte del racconto, fantastica metafora del rapporto tra israeliani e arabi; la cena nel locale per festeggiare il compleanno di un figlio, con l’attenta descrizione dei protagonisti, le improvvise angosce della madre e la felice sottomissione alla sua “confraternita maschile”.
Non fatevi spaventare dall’angosciante inizio nel buio ospedale. Da ricordare che mentre stava scrivendo questo libro Grossman ha effettivamente perso un figlio in una operazione militare.

David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori 2008




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23 novembre 2008


L'anno del pensiero magico

"La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita."

E' questo l'inizio de libro di Joan Didion, le prime parole che scrive dopo la morte improvvisa del marito, con cui ha diviso tutta la sua vita. Ci racconta il suo più profondo sentire: la debolezza di chi è nel dolore, la differente percezione della realtà, i gesti e i luoghi frequentati fin allora divenuti impossibili da rivivere, diventati solo ricordo. Una prosa asciutta e una grande capacità di guardarsi dentro, di capire il proprio stato, criticarlo e lavorare per continuare la propria vita.

Ma è così? In fondo davanti al lutto peggiore (che, come ho scritto altre volte, è sempre un evento che unisce catastrofe e naturalità) noi si cambiamo, ma la vita rimane quella. E anche quella di Joan è la stessa, con la figlia malata da curare, il lavoro da scrittrice da fare con maggiore difficoltà e la vigilia di Natale con le luci da accendere...

Joan Didion, L'anno del pensiero magico, Il Saggiatore 2005




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14 ottobre 2008


Bambini nel tempo

Una bambina scompare alla cassa di un supermercato: è l’episodio iniziale che innesca questa storia, sorprendente ed intensa. Cambia la vita tranquilla di Stephen e di sua moglie. Inizia un racconto intenso dove si susseguono, generosità ed amicizia, inquietudini e angosce e una buona dose di cinismo, indispensabile per difendersi dalla vita. Tutto ciò, oltre i casi personali, diventa anche sentimento sociale, in una Londra e in un Inghilterra perdute, nell’epoca thatcheriana. Il finale è un crescente inno alla vita e al suo mistero: “Questo è davvero tutto ciò che abbiamo, questo crescere, questa vita che ama se stessa; tutto ciò che ci è dato ha origine qui”.
McEwan ha una scrittura fredda e densa, ogni riga racconta qualcosa e il lettore è in continua tensione: si è presi da sentimenti forti ed è impossibile distrarsi! L’autore usa un linguaggio cinematografico e riesce ad irrompere nella fantasia del lettore con i diversi personaggi e le loro storie: il protagonista, scrittore per l’infanzia, sua moglie musicista, l’assurda vicenda del manager bambino e di su moglie, affascinante, intelligente e disincantata prof. di fisica, i barboni nelle strade di Londra, il simpatico e generoso ferroviere del finale, il buffo e misterioso Primo Ministro. Ho sentito dire a Veltroni che questo è uno dei più bei libri che ha letto: forse è troppo, ma certo è un libro da non perdere. Tra i tanti, un piccolo pezzo di humor:

…l’offerta di un altro invito.
“Beh,-disse Stephen,-è un vero peccato. Non so che farmene di un altro invito”
Il vicesegretario mostrò un cordiale disprezzo. “Che sciocchezze. E perché?”
“Prima di tutto, ho da fare. Ho incominciato un lavoro, qualcosa di assolutamente nuovo per me…”
“Ma non smetterà di pranzare per questo”
“In secondo luogo, e mi creda, in questo non c’è nulla di personale, non mi va di come il ministro ha ridotto il paese in questi anni. E’ un disastro, una rovina”
“Ma allora, perché accettare la prima volta?”
“Ero un disastro anch’io. Depresso. Ora non più”

Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi 1992




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23 agosto 2008


Treni, Sarajevo e numeri primi...

Tre libri intensi e tristi hanno accompaganto la mia estate, dopo i Karamazov.

All'inizio degli anni '50 Amara percorre il centro europa ancora con i segni della guerra per cercare il suo amico d'infanzia Emanule, figlio di ricchi ebrei austriaci, probabilmente finisto ad Auschwitz, ma di cui non ha notizie certe. Nei suoi lunghi percorsi in treno, esce dal suo mondo, rievoca con grande realismo le atrocità della guerra e dello sterminio (il sogno della madre e del figlio nel forno crematorio è particolarmente intenso), trova nuovi amici, e mette in discussione se stessa sperimentando come sia impossibile capire ed inutile rievocare le sofferenze quando, a chi le ha subite, è stata presa tutta l'anima, facendolo morire dentro, realmente, anche se è rimasto vivo in quel che resta del suo corpo. Ben scritto, molto triste, con sorprese: per non dimenticare mai.

Dacia Maraini, Il treno dell'ultima notte, Rizzoli 2008

"L'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia delle guerre moderne, durò dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. secondo le stime delle Nazioni Unite, ci furono circa diecima morti e cinquantaseimila feriti. Ogni giorno la città veniva bersagliata da una media di 329 granate, con un picco di 3777 raggiunto il 22 luglio 1993". Una guerra e una strage a due passi da casa nostra: chi se ne ricorda? Durante quell'assedio, il 27 maggio del 1992, ventidue persone furono uccise da una granata mentre erano in fila per prendere il pane. Su quel luogo, incurante di granate e spari, nei giorni successivi un violoncellista suonò un adagio di Albinoni, per ventidue giorni. Attorno a questo episodio vero si sviluppa l'intenso romanzo del giovane e bravo autore canadese. E' la storia di persone che ogni giorni sfidano le bombe per vivere e procurarsi un po' di pane o un po' di acqua. La storia di Freccia, spietata cecchino che ha imparato a sparare e odiare gli assediatori (gli "uomini delle montagne"), ma che il suono di quel violoncello riporterà ad un'umanità di cui non si deve fare a meno.

Steven Galloway, Il violencellista di Sarajevo, Mondadori 2008

Quest'anno lo Strega non ha deluso: uno stile di scrittura veloce e bello, una storia che pur nella sua angosciante tristezza, fila via bene e fa concentrare il lettore. E' un racconto sull'incapacità di comunicare e di affontare i problemi che la vita ci propone. Sia quelli personali, sia quelli di figli o amici. Nessuno cerca di capire e risolvere nulla: nè la malattia di Michela, nè l'autismo di Mattia, nè tantomeno l'anoressia di Alice. Ci si ama ma non si affontano i problemi, non si scuotono gli animi, non si litiga nemmeno...che amore è? Probabilmente molta vita sociale italiana di oggi è così. Ancora una volta l'autore vincitore dello Strega, ci racconta molto bene storie realistiche, ma che non ci piacciono: come non ci è piaciuta la violenza dei protagonisti di Ammaniti lo scorso anno, nè quella, diversa ma egualmente distruttiva, del medico della Mazzantini. In che Italia viviamo? Qualche scrittore saprà raccontarne una diversa?

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori 2008

La mia classifica dei premi Strega dal 2002:

1^ Mazzucca: VITA
2^ Giordano: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI
3^ Ammaniti: COME DIO COMANDA
4
^ Mazzantini: NON TI MUOVERE
5
^ Maggiani: IL VIAGGIATORE NOTTURNO
6^ Ricciarelli: IL DOLORE PERFETTO




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22 agosto 2008


I fratelli Karamazov

Quello che sorprende di più, fin dall’inizio della lettura di questo grande classico della letteratura, è lo stile in cui è stato scritto. Una prosa veloce, con frasi brevi e nette, con una grande ricchezza descrittiva che però, invece di stancare, intriga il lettore e lo spinge a seguire Dostoevskij nelle storie più particolari dei suoi personaggi, che, anche se minori, si propongono al lettore di grande interesse. Tutt’altro che linguaggio forbito e tortuoso, ma capace di dire e descrivere con parole semplici e immediate. Si susseguono nell’incalzare degli eventi, profonde analisi di psicologia umana, raffinate osservazioni sociali e politiche sui temi del tempo e pagine indimenticabili di vera teologia, con il tema centrale “Dio-libertà-uomo”. E infine non manca qualche nota di divertente parodia nella descrizione di alcune tipologie umane, a cominciare dalle signore della buona società, fin, verso la fine, al presidente della corte, cui è sorprendentemente attribuito “un viso sofferente d’emorroidi”! Questo humor dell’autore non risparmia i lettori di tutti i tempi, che arrivati alla pag. 861 del libro si sentono dire dalla voce narrante che, a questo punto, si è ben lontani da riferir tutti gli avvenimenti del processo finale, altrimenti “occorrerebbe un libro intero, e per giunta di grossa mole”!
E’ piuttosto velleitario scrivere qualche commento su questo meraviglioso romanzo, complesso e sostanzialmente inafferrabile, ma voglio appuntare che:

  • sono molto contento di averlo letto e di esser arrivato pazientemente alla fine, dandomi tutto il tempo necessario: la lettura è avvenuta in tre/quattro blocchi, poiché aveva bisogno di attenzione e tempi liberi, e quindi di giornate di vacanza. È stato bello perdersi per diversi ore nella trama della storia, nella psicologia dei personaggi e nelle tante pagine di riflessione spirituale;
  • il poema del Grande Inquisitore è un pezzo di straordinaria attualità: un intelligente e colto uomo politico aveva stampato questo testo estraendolo dal romanzo e regalandolo ai suoi amici: da questa prima lettura è nato il desiderio di leggere l’intero romanzo, e gliene sono grato. “Giacchè nulla mai fu per l’uomo e per la società umana più insopportabile della libertà”: ma avremmo mai potuto credere ad un Dio che non ci renda liberi? La crisi religiosa e psicologica del fratello Ivan corrisponde a quella dei nostri giovani e del nostro tempo. Comprendere la libertà donata da Dio e quindi il senso della fatica e del “discernimento” cristiano (Sant'Ignazio, prega per noi!) mette in crisi le coscienze, che facilmente si appiattiscono sugli inquisitori di turno. E la Chiesa – gerarchia si rinnova inquisitrice quando, anziché testimoniare lo Spirito, offre il facile pane delle regole di pronto utilizzo.
  • il monaco russo (nella lunga storia dello starec Zosima) educa il popolo nel silenzio e nella testimonianza della sua vita, affermando che tutti siamo responsabili delle malefatte dell’umanità, tutti ce ne dobbiamo in qualche modo far carico. E chi uccide realmente (il fratellastro – servo Smerdjakov) è meno responsabile del delitto di chi pensa l’atto ma non ha il coraggio di farlo (il fratello Ivan). Solo un atteggiamento di riconciliazione e autentica fraternità (quello del fratello Alesa, spinto dal monaco) potrebbe portare pace: ma alla fine è proprio Alesa il grande perdente del romanzo, simbolo dell’incapacità redentrice degli uomini;
  • ed è quindi la passione e la sensualità, che trascina i diversi protagonisti del romanzo (il padre e il fratello Mitja, ma anche le protagoniste femminili, secondo intrecci scandalosi), e che vincono largamente, perché come si dice nell’arringa finale dell’accusa, sono la natura dei Karamzov “capaci di mescolare insieme i più opposti contrari che immaginar si possa, e di ficcare lo sguardo, nello stesso istante, in entrambi gli abissi, nell’abisso al di sopra di noi, l’abisso degli ideali più alti, e nell’abisso al di sotto di noi, l’abisso della più bassa, della più fetida caduta morale.”

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi 1993




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15 giugno 2008


Fuoco amico

Anche questa volta Abraham Yehoshua non delude. Il suo ultimo romanzo, nonostante qualche passaggio ripetitivo, racconta una storia dolce e intensa, i cui protagonisti sono i 50-60enni ebrei israeliani di oggi. Non hanno fondato Israele, ma sono i figli della prima generazione e vivono intensamente, quasi fisicamente il loro Paese, con il sangue dei figli morti, magari per un "fuoco amico" (gli ululati causati dagli ascensori del nuovo palazzo costruiti dal progettati da uno dei protagonosti, diventano un accompagnamento spettrale della storia ...). Si sentono incastrati in una storia più grandi di loro, con addosso gli occhi del mondo, con la voglia di scappare: "ho semplicemente deciso che mi sarei preso una pausa da tutto questo ... Da tutto questo minestrone ebraico ... israeliano ... per piacere lasciami in pace", così uno dei protagonisti dal suo rifugio africano, da cui non intende separarsi. 
Quella narrata sembra una generazione israeliana ormai stanca: i più fortunati cercano la normalità nell'efficenza del lavoro o nella tranquillità dei legami familiari, senza farsi troppe domande per il futuro del loro Paese. Quelli colpiti dal lutto si chiedono il senso di quanto accade, indagano senza trovare risposte, si ribellano ad una religione, ad una storia di popolo, che ha imposto un prezzo troppo duro. 
Tre protagonisti: una dolce e sensuale donna, che tende a voler far ordine nella vita sua e degli altri, un marito pratico e leale imprenditore, un cognato provato dalla vita, che si ribella rifugiandosi in un'Africa semplice e amica. E una citazione dal libro del profeta 
Geremia: "Quanto all'ordine che tu ci hai dato nel nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo ... (Ez. 44, 16). Coma a dire: ci si poteva ribellare fino in fondo, forse si sarebbe stati meglio...

Abraham Yehoshua, FUOCO AMICO, Einaudi 2008




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4 maggio 2008


Lo spazio bianco

Nell’indeterminatezza della nostra epoca, che getta esistenze nella precarietà dei sentimenti, del lavoro, delle convinzioni, anche nascita o morte possono essere tali. “Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione” E’ questa la situazione che ci racconta Maria, donna ormai matura, alle prese con la sua prima figlia nata per caso, da un uomo che la lascia subito, e nata prematura: una donna moderna, libera e piena di voglia di lottare, in una Napoli statica, tra bellezza, spaccio e abusivismo. Maria scopre nella naturalità primordiale del rapporto madre – figlia, nonostante la distanza del vetro dell’incubatrice, un sentimento vero e autentico. Un libro di facile lettura, composto con pennellate di storie, sentimenti e luoghi. Anche questa giovane autrice conferma una narrativa italiana brava nella descrizione delle atmosfere, ma incapace di approfondire e macinare storie e sentimenti. Una narrativa in sospeso, che forse riflette bene l’animo dell’Italia di oggi.

Valeria Parrrella, LO SPAZIO BIANCO, Einaudi 08




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26 gennaio 2008


La Napoli di Rea

Mi arriva questo post-recensione dalla mia amica Elisabetta:

Napoli è un'emergenza per la società contemporanea: per la sporcizia, la spazzatura, la camorra, la corruzione, la droga... ma è anche la meraviglia del sogno della multiculturalità davvero vissuta e praticata: Ermanno Rea, nel racontarci la storia di Caracas, un venezuelano divenuto napoletano, ci racconta di sè, della propria napoletanità delusa e poi insperatamente ritrovata... Ricordo un titolo splendido di La Capria, L'armonia perduta, che mi è tornato in mente leggendo le pagine ricche e intensissime di Rea, i suoi giri per i vicoli alla ricerca della sua identità, l'incontro con la folla multietnica intorno alla Ferrovia, gli interni squallidi dei bassi, la ricchezza ostentata vicino alla miseria estrema, l'inferno della droga. Lo scrittore e Caracas, novelli Dante e Virgilio, scendono fin dentro gli abissi più turpi della città, come Matilde Serao, come Malaparte, come Eduardo de Filippo, e malgrado il marciume, il degrado, ancora si sente la speranza che un giorno Napoli possa diventare la città mediterranea accogliente che aveva sognato nel 300 Carlo d'Angiò, quella in cui Boccaccio aveva studiato, quella raccontata da De Simone, cantata dalla Nuova Compangnia di Canto Popolare, da Bennato, da Pino Daniele.

Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli 2007




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6 gennaio 2008


Armi, acciaio e malattie

Jared Diamond
Armi, acciaio e malattie
Einaudi 2000


Consiglio la lettura di questo saggio storico, antropologico, geografico, che l'autore provocatoriamente sottotitola "breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni". Raccontando con chiarezza teorie stroriche e dando molte informazioni, Diamond sostiene che la studio storico delle società umane vada affrontanto con metodi scientifici, simili a quelli di altre discipline. Impossibile una sintesi, propongo qualche pillola: la sicura preminenza delle società agricole su quelle dei "cacciatori-raccoglitori", in grado le prime di organizzare amministrazione ed eserciti; la forza dell'eurasia dovuta anche alla presenza delle specie animali più addomesticabili (che non c'erano nè in Africa, nè in America: a proposito lo sapevate che i cavalli anche in nord - america li hanno portati gli europei?); l'importanza storica delle malattie: nelle società agricole tramite gli animali si sono sviluppati killer come colera, vaiolo , influenza, ecc, che in America hanno sterminato la popolazione locale, mentre forse solo la sifilide potrebbe esser venuta da lì; poi l'importanza della scritura....
 




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6 gennaio 2008


La rivincita di Roma ladrona

Stefano Marroni
La rivincita di Roma Ladrona
Donzelli 2007
Giornalistica e veloce lettura di questi ultimi 14 anni di vita amministrativa romana: una sintesi utile, neanche troppo enfatica. Emerge la necessità di continuare sulla strada di "innovazione e inclusione", risolvendo però alcune questioni oggettivamente in ritardo, a cominciare dalla c.d."cura del ferro". Appunti per il difficile "dopo Veltroni", per esser pronti quando arriverà.




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12 novembre 2007


Dostoevskskij

Fedor Dostoevskij
MEMORIE DEL SOTOSUOLO
Einaudi 2002

"Ma sul serio: adesso, ormai per mio conto, pongo una domanda oziosa: che cosa è meglio, una felicità a buon mercato o delle sofferenze sublimi? Ebbene, che cosa è meglio?"  E' la domanda provocatoria a conclusione di questo straordinario racconto, di grande attualità. Ora sto lentamente leggendo I fratelli Karamazov. 




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27 agosto 2007


Ammaniti, Grossman, Pamuk, Hamid e altri...

 

Ho letto negli ultimi mesi e durante l’estate:

 

Nicolò Ammaniti  
COME DIO COMANDA

Mondadori, 2007

 

Cruenta sempre e a tratti decisamente feroce; materialistica e con poche rese all’etica, alla poesia o a qualsiasi altra forma dello spirito; carnale, sessuofobica, sentimentalmente oppressiva, con minimi accenni di romanticheria; superstiziosa verso un dio trattato da burattinaio; in generale pazzoide con tinte di improvviso “giallismo”: come definire se non con qualche tratto violento questa violenta storia scritta da Ammaniti e vincitrice del Premio Strega di quest’anno? Una “fiaba apocalittica” come dice la quarta di copertina: certo i personaggi sono tutti molto ben delineati, con le loro vite sostanzialmente squallide e molto poco corrette, e la narrazione soprattutto nella prima metà, fino al “fattaccio”, regge bene un ritmo di scrittura secco, incalzante, che pur descrivendo poco, rende bene le diverse scene. E nulla si conclude: nessuna rapina, nessun salvataggio, nessuna conversione, nessun amore, nessun orgasmo … niente! Cosa si ricava, oltre il piacere della lettura, da questo libro? Ci sono certo nella nostra Italia personaggi simili, ma metterne così tanti insieme è un’evidente forzatura: mi sono domandato alla fine chi è il più buono, o anzi il meno cattivo e concludo che sia Rino, ubriacone, violento, nazista … ma profondamente innamorato di suo figlio e fedele ai suoi valori tradizionali. Ben descritto nella sua imbarazzante stupidità l’assistente sociale. Un’amica mi dice di aver provato pena per la ragazza, così umiliata e dimenticata: ma quando la follia del desiderio (quello di Quattro Formaggi) e la difesa a tutti i costi del padre (quella di Cristiano) vincono anche sulla minima misericordia, tutto diventa oggetto e come tale lo si tratta. Libro dunque che prende il lettore, ma non adatto a quanti si immedesimano  troppo nelle storie: ne uscirebbero tristi e malconci!

 

Nella classifica dei Premi Strega (che leggo ormai da qualche anno: a proposito quest’anno sono andato alla “mitica” serata di assegnazione al ninfeo di Valle Giulia a Roma) Ammaniti si piazza, dopo un po’ di riflessione, ben secondo, dopo il libro della Mazzucca e quindi:

 

La mia classifica dal 2002:

1^ Mazzucca: VITA

2^ Ammaniti: COME DIO COMANDA

3^ Mazzantini: NON TI MUOVERE

4^ Maggiani: IL VIAGGIATORE NOTTURNO

5^ Ricciarelli: IL DOLORE PERFETTO

 

 

Davide Grossman

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO

Mondatori 1999

 

Attratto dal mio interesse per la letteratura ebraica e dalle belle cose scritte da Grossman in occasione della tragica perdita di suo figlio (morto in Israele da soldato durante un combattimento) ho ripreso questo libro che da tempo girava in libreria. E’ l’epistolario un po’ allucinante tra un uomo e una donna che si sono intravisti appena una volta e mai parlati, ma che iniziano un sottile rapporto (un gioco?) di seduzione reciproca, con l’obiettivo di conoscersi e volersi fino in fondo, pur non vedendosi e conoscendosi realmente. Una specie di chat, di realtà virtuale, ante litteram…Ci si perde un po’ nei molti ragionamenti contorti e nelle tante descrizioni di luoghi e sentimenti, ma a volte l’intreccio delle parole è molto bello:

 “Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: “Con lei ho stillato verità”, Si, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello. E anch’io lo sarò per te prometto. Un coltello affilato ma misericordioso…”

“Senti, forse ti cerco già da anni, ti cerco disordinatamente a casaccio, e continuo a brancolare. Capisco che ti sto cercando da molto tempo come uno che cerca una finestra in una stanza piena di fumo. Forse le cose non stanno come credevo: ho sempre pensato che la casualità fosse il mio peccato originale, il più frequente e consueto per me. In fondo faccio la maggior parte delle cose importanti senza una vera intenzione, e di certo senza “temporeggiare” come fai tu. Negli ultimi giorni, però, comincio a capire che forse è il contrario, che la casualità non è il mio peccato, bensì il mio castigo. E’ un castigo piuttosto terribile sai?”

 

 

Orhan Pamuk

IL MIO NOME E’ ROSSO

Einaudi, 2001

 

Straordinario intreccio storico/descrittivo, nel mondo dei miniaturisti alla corte del sultano di Istanbul, verso la fine del 1500. Il sacro mondo della miniature è messo in pericolo dall’arrivo delle tecniche dei maestri veneziani: ne nasce una vicenda drammatica, a tinte gialle, ma piena di cultura e di passione (bellissima la figura de Sekure, donna sensuale e realista). Intrigante la scansione dei titoli dei capitoli; “Io sono il morto”, “Il mio nome è Nero”, “Io, il cane”, “Di me diranno che sono un assassino”, ecc…Pamuk (premio Nobel quest’anno per la letteratura, di cui ricordò il forse ancor più bello romanzo “Neve”, vedi post) mi scuserà d’aver saltato qualche pagina descrittiva un po’ troppo piena e tecnicamente contorta!

 

Amos Oz

NON DIRE NOTTE

Feltrinelli 2007

 

Una coppia ben assortita: giovane e professoressa impegna lei, più anziano, saggio e riflessivo lui. Un evento drammatico mette la coppia alla prova: si potrà fare nel piccolo villaggio una casa di recupero per tossicodipendenti? Tutto si supera con l’amore e la passione, anche se non detti, e con la complicità delle tinte, del silenzio e del vento del deserto.

 

 

Mohsin Hamid

IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE

Einaudi 2007

 

Avrete letto diverse recensioni di questo libretto, ben scritto e che si fa leggere con rapidità e piacere. Una mezza biografia, di un ragazzo pakistano  che trova accoglienza e fortuna negli USA, ma, il giorno in cui vede crollare le due torri del WTC, sorride. Non c’è nessuna complessa analisi sullo scontro di civiltà o sull’arroganza del potere: c’è molta ricerca di identità, di comprensione e d’amore, anche per una sfortunata ragazza americana. Non bastano istruzione, soldi, successo, potere, e quant’altro per conquistare il cuore di un uomo… Una battuta felice a metà libro dice più o meno così: “Da qualche anno stavo in America e non mi ero mai sentito americano: da un pomeriggio ero a New York e già mi sentivo newyorchese!”

 

Philip Roth

EVERYMAN

Einaudi 2007

 

Scritto con una lucida e fredda maestria, come tutte le cose di Roth, narra gelidamente l’invecchiamento e il lento progredire dei mali nella vita di un uomo “pieno di vita”: da leggere, sconsigliato per ipocondriaci, malati veri, amici e parenti di malati veri e iper - sensibili in genere! Naturalmente come negli altri libri dello stesso, anche qui non c’è speranza …




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7 marzo 2007


Mille anni che sto qui

Quando ti capita un libro ben scritto, con un racconto intenso, un po' misterioso ma non particolarmente complicato e dotto e dove arriva ogni tanto qualche colpo di scena...e quando capita di leggerlo in vacanza poi ... un vero godere della mente! Questo romanzo è così, ambientato tra il 1861 e la caduta del muro di Berlino nel piccolo borgo di Grottole, in Basilicata. Amori, passioni e radici della terra destinate a non scomparire, a perpetrarsi tra le generazioni. L'amarezza più grande mi è sembrata alla fine, nella scarna e bella riflessione sul paesaggio.L'ultima protagonista di ritorno nella sua terra ... "sentiva sgretolarsi il suo cuore come quel paesaggio dove l'occhio non si perdeva più se non per brevi tratti, urtava contro qualcosa e tornava indietro come un moscone impazzito sulle pareti di una stanza. Il nucleo rimasto intatto per secoli, o per millenni, si era frantumato nel giro di pochi anni, ma nessuno sembrava averci fatto caso. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime".

Mariolina Venezia, MILLE ANNI CHE STO QUI, Feltrinelli 2006




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13 febbraio 2007


Cosa chiedo a ciascuno di voi?

... Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: "Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sè, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi". Il che significa: primo, che ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel mondo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il mondo e il luogo degli altri; secondo, che ciascuno deve rispettare il mistero dell'animo del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un'indiscrezione impudente e dall'utilizzarlo per i propri fini; che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine.

Martin Buber, Il cammino dell'uomo, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose 




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14 gennaio 2007


Amore

“Sono pazzo ad essere innamorato, non lo sono per il fatto di poterlo dire: sdoppio la mia immagine: dissennato ai miei occhi (ho coscienza del mio delirio), semplicemente sconsiderato agli occhi degli altri, a cui racconto molto assennatamente la mia pazzia: cosciente di questa pazzia, discettando su di essa.”
Roland Bartheus, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi 1979

Per ripercorrere, con una certa sorpresa, i cunicoli dell'amore, forse con qualche eccesso, ma certo con molta passione e capacità letteraria!




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